Dieci anni dopo il referendum sulla Brexit, il verdetto economico è ormai chiaro. L'uscita dall'Unione Europea ha rallentato gli scambi commerciali del Regno Unito, ridotto le dimensioni dell'economia e, in ultima analisi, reso più difficile l'attività di molte imprese britanniche, che oggi devono confrontarsi con una nuova realtà caratterizzata da scambi commerciali più lenti e complessi.
Per celebrare il decimo anniversario della Brexit, abbiamo utilizzato i dati ufficiali dell’Office for National Statistics (ONS) per analizzare l’andamento dei volumi commerciali del Regno Unito dal periodo precedente al voto sulla Brexit fino a oggi.
I risultati sono significativi: prima del referendum del 2016, il commercio complessivo del Regno Unito cresceva del 3% all’anno, con una crescita equamente distribuita tra i mercati dell’UE e quelli extra-UE. Da allora, la crescita complessiva degli scambi si è ridotta allo 0,9% annuo, mentre quella con l’Unione Europea è rallentata drasticamente, fermandosi ad appena lo 0,5%, rispetto all’1,2% registrato negli scambi con il resto del mondo.
È inoltre evidente che la Brexit non è riuscita a realizzare la trasformazione del commercio globale promessa dai sostenitori dell'uscita dall'UE. Il Regno Unito non ha sostituito l'Europa con mercati globali in più rapida crescita e, allo stesso tempo, non ha neppure ridotto in modo significativo la propria dipendenza dal mercato unico europeo. Secondo gli ultimi dati disponibili, aggiornati a giugno 2026, la quota dell'UE sul commercio totale del Regno Unito è diminuita di appena 1,8 punti percentuali nell'arco di dieci anni, passando dal 51,3% registrato prima del referendum al 49,5%.
Il Regno Unito dipende ancora dall'Europa.
I titoli dei giornali sottolineano spesso che il Regno Unito dispone di oltre 70 accordi commerciali attivi, ma la grande maggioranza di essi non è altro che una riproposizione degli accordi di cui già beneficiava come membro dell'Unione Europea. Il Regno Unito ha concluso alcuni nuovi accordi commerciali, ma i loro vantaggi sono modesti rispetto all'entità degli scambi con l'Europa, rappresentando appena l'1,4% del commercio totale britannico.
Le esportazioni del Regno Unito verso l'UE hanno in realtà mantenuto bene la propria quota, attestandosi al 47,7%, un valore leggermente superiore a quello del 2016, segno dell'impegno delle aziende britanniche nel preservare la propria base di clienti europei. Il vero cambiamento strutturale si è verificato sul fronte delle importazioni, dove la dipendenza del Regno Unito dalle merci provenienti dall'UE è diminuita di 3,6 punti percentuali, fino al 50,7%. Per evitare le difficoltà e gli oneri derivanti dai nuovi controlli alle frontiere, molte imprese britanniche hanno progressivamente modificato le proprie strategie di approvvigionamento, cercando, ove possibile, fornitori di componenti e materie prime al di fuori dell'Unione Europea.
L'UE resta il principale partner commerciale del Regno Unito nonostante la Brexit. Le esportazioni verso l'UE sono rimaste sostanzialmente stabili, mentre il calo delle importazioni dall'UE indica un progressivo riequilibrio dei flussi commerciali verso altri mercati.
I nuovi accordi commerciali non sono riusciti a compensare le perdite.
A dieci anni di distanza, è evidente che i nuovi accordi di libero scambio (FTA) negoziati in autonomia non stanno producendo effetti significativi a livello macroeconomico. L'accordo di libero scambio tra Regno Unito e Australia rappresenta infatti appena lo 0,8% del commercio totale del Regno Unito, mentre quello con la Nuova Zelanda incide per un modesto 0,2%. Anche l'adesione al CPTPP (Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership) ha generato opportunità commerciali aggiuntive solo con la Malesia e il Brunei, che insieme contribuiscono per appena lo 0,4% del commercio complessivo britannico.
Il Regno Unito ha inoltre concluso accordi commerciali globali più promettenti, in particolare con l'India nel luglio 2025 (che rappresenta l'1,7% del commercio totale britannico) e con il Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC) nel maggio 2026 (pari al 2,7% del commercio totale). Si tratta di opportunità potenzialmente importanti per il futuro, ma nessuno dei due accordi è ancora ufficialmente entrato in vigore né pienamente operativo.
Quando l'approvvigionamento globale incontra un ostacolo
Con il rallentamento del mercato europeo e i limitati benefici derivanti dai nuovi accordi commerciali, molte aziende britanniche hanno riposto le proprie speranze nei due maggiori mercati mondiali: gli Stati Uniti e la Cina. Tuttavia, dal 2024 gli scambi commerciali con entrambe queste superpotenze hanno incontrato ostacoli significativi.
Il volume complessivo degli scambi con gli Stati Uniti è aumentato del 9% rispetto a dieci anni fa, ma lo slancio seguito alla pandemia si è esaurito a partire dal 2024, a causa dell'impatto delle guerre commerciali e dei dazi. Prima della Brexit, il commercio tra Regno Unito e Stati Uniti cresceva a un ritmo sostenuto del 10,7% annuo. Nell'ultimo decennio, tale crescita è crollata fino a un più modesto 1,5% annuo.
Anche gli scambi con la Cina hanno seguito un percorso simile: una forte espansione subito dopo il referendum del 2016, una fase di stagnazione all'inizio degli anni 2020 e una marcata contrazione dal 2024 in poi. Questa dinamica è dovuta principalmente alla debolezza della domanda dei consumatori cinesi e alla scelta strategica di molte imprese britanniche di ridurre la propria esposizione alle fabbriche cinesi, nell'ambito delle politiche di "de-risking" della catena di fornitura. Di conseguenza, la crescita del commercio con la Cina è passata dall'11% annuo nel periodo precedente alla Brexit ad appena il 3% annuo nel periodo successivo.
Dopo l'UE, Stati Uniti e Cina sono i principali partner commerciali del Regno Unito, ma gli scambi con entrambi hanno mostrato una crescita limitata negli ultimi anni, senza generare significativi vantaggi o nuove opportunità per l'economia britannica.
Tre partner europei, tre storie diverse Le relazioni commerciali del Regno Unito con i Paesi dell'Unione Europea non si sono evolute in modo uniforme.
1. La Germania evidenzia con maggiore chiarezza gli effetti negativi della Brexit La Germania rappresenta uno degli esempi più evidenti della perdita di slancio commerciale causata dalla Brexit. Le esportazioni del Regno Unito verso la Germania sono oggi inferiori del 21% rispetto ai livelli di giugno 2016 e continuano a diminuire, con un calo del 4,6% nell'ultimo anno. Al contrario, le importazioni britanniche dalla Germania, rimaste sostanzialmente stabili nell'arco del decennio, hanno ripreso a crescere, registrando un aumento del 4,4% nel corso dell'ultimo anno.
Per le aziende B2B, la Germania riveste un ruolo centrale nei settori della manifattura avanzata, dei macchinari industriali, dei componenti per l'automotive, della chimica e delle catene di approvvigionamento industriali. Si tratta di comparti in cui gli attriti alle frontiere, gli adempimenti doganali, le regole di origine e la divergenza normativa possono incidere direttamente sui margini e sulla competitività delle imprese.
La Brexit non ha eliminato la Germania come partner commerciale strategico del Regno Unito, ma ha reso la gestione dei rapporti commerciali più complessa e onerosa.
2. I Paesi Bassi mostrano come le imprese si siano adattate Le esportazioni del Regno Unito verso i Paesi Bassi sono aumentate del 32% dal referendum sulla Brexit, anche se la crescita si è moderata al 2,7% nell'ultimo anno. Le importazioni britanniche dai Paesi Bassi risultano invece in lieve calo nell'arco dell'ultimo decennio (-7,8%), ma stanno registrando una forte ripresa, con un incremento dell'11,4% nell'ultimo anno.
A prima vista, questi dati potrebbero sembrare più incoraggianti. Tuttavia, un aumento dei flussi commerciali in una sola direzione non equivale necessariamente a un beneficio generalizzato derivante dalla Brexit. Piuttosto, evidenzia come gli esportatori britannici si siano adattati per continuare a operare sul mercato europeo, sostenendo però costi aggiuntivi legati a maggiori necessità di stoccaggio, alla riorganizzazione delle reti di distribuzione, a un più intenso supporto doganale e a un maggiore fabbisogno di capitale circolante per gestire catene di approvvigionamento più lunghe o meno prevedibili.
3. La Danimarca rappresenta un'eccezione positiva, ma non riflette il quadro generale Gli scambi commerciali con la Danimarca hanno registrato una crescita sostenuta nell'ultimo decennio. Le esportazioni del Regno Unito verso la Danimarca sono aumentate del 12% dal 2016, mentre le importazioni provenienti dalla Danimarca sono cresciute del 49,5%, trainate soprattutto dai settori farmaceutico, chimico ed energetico.
I comparti che hanno ottenuto le migliori performance nelle esportazioni britanniche sono quelli dei macchinari e delle attrezzature per il trasporto (+16,3%) e degli alimenti e animali vivi (+10,8%).
Si tratta di un risultato effettivamente positivo, ma che potrebbe essere attribuito più alle dinamiche favorevoli di specifici settori che a un vero e proprio dividendo commerciale derivante dalla Brexit. Il caso della Danimarca dimostra infatti che gli scambi con l'Europa possono continuare a crescere quando esistono forti fattori trainanti a livello settoriale, capaci di compensare le maggiori complessità introdotte dall'uscita del Regno Unito dall'Unione Europea.
Le imprese devono adattarsi a un contesto più difficile La Brexit ha reso l'economia del Regno Unito più piccola rispetto a quanto sarebbe stata se il Paese fosse rimasto nell'Unione Europea. Secondo l'Office for Budget Responsibility (OBR), nel lungo periodo la Brexit ridurrà la produttività britannica di circa il 4% rispetto allo scenario di permanenza nell'UE. Studi più recenti stimano un impatto ancora maggiore, suggerendo che il PIL pro capite del Regno Unito sia oggi tra il 6% e l'8% inferiore a quello che sarebbe stato in assenza della Brexit, mentre gli investimenti risultano compresi tra il 12% e il 18% al di sotto dei livelli potenziali.
Nel 2026, avere successo richiede un nuovo approccio per affrontare gli attriti strutturali introdotti dall'uscita dal mercato unico. Per le imprese che operano nel settore dei beni fisici, il modello di approvvigionamento just-in-time non è più sufficiente per servire efficacemente i mercati europei. Molti produttori britannici hanno quindi creato hub distributivi all'interno dell'UE, così da mantenere le scorte più vicine ai clienti europei.
L'indice del livello degli scambi commerciali tra Regno Unito e Paesi Bassi evidenzia come le esportazioni britanniche verso il Paese abbiano raggiunto quota 132,2 (2016=100), riflettendo il ruolo dei Paesi Bassi come porta d'accesso al mercato europeo. Al contrario, l'indice commerciale con la Germania è sceso a 78,8, poiché un numero crescente di aziende britanniche ha scelto di approvvigionarsi da fornitori più vicini ai mercati di destinazione per ridurre i costi e le complessità legate alle frontiere.
Il bilancio dopo dieci anni
La Brexit ha introdotto dichiarazioni doganali, requisiti relativi alle regole di origine, controlli normativi, complicazioni legate all'IVA e nuovi costi di conformità per le imprese che operano negli scambi internazionali. Ha inoltre rallentato in modo significativo la crescita del commercio del Regno Unito, senza però riuscire né a ridurre in maniera sostanziale la dipendenza del Paese dall'Unione Europea né a generare i benefici globali sul fronte commerciale che erano stati promessi.
Le aziende B2B hanno dovuto adattarsi a una nuova realtà caratterizzata da margini più ridotti, catene di approvvigionamento più complesse e maggiori esigenze di capitale circolante. In questo contesto, la gestione del rischio di credito e l'adozione di solide condizioni di pagamento sono diventate più importanti che mai, rappresentando una priorità fondamentale per le imprese britanniche nel periodo successivo al referendum.
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- Il rallentamento degli scambi commerciali causato dalla Brexit ha ridotto la crescita del commercio del Regno Unito dal 3% annuo prima del referendum ad appena lo 0,9% dopo, con gli scambi con l'Unione Europea che hanno registrato il calo più marcato.
- La svolta globale auspicata dal Regno Unito non si è concretizzata, poiché l'UE rappresenta ancora circa la metà del commercio britannico complessivo e la sua quota è diminuita solo marginalmente nell'arco di dieci anni.
- I nuovi accordi commerciali hanno prodotto solo effetti limitati, coprendo appena l'1,4% del commercio del Regno Unito e non riuscendo a compensare l'indebolimento dei flussi commerciali con l'UE.
- Le imprese britanniche si trovano oggi ad affrontare costi più elevati, catene di approvvigionamento più complesse e una produttività inferiore, costringendo molte di esse a mantenere scorte all'interno dell'UE o a riorganizzare le proprie fonti di approvvigionamento per rimanere competitive.